SLA: nuovi passi per una ricerca clinica di qualità

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SLA: nuovi passi per una ricerca clinica di qualità

25/3/2019

SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA (SLA): DAGLI ESPERTI NUOVE INDICAZIONI PER OTTIMIZZARE LA RICERCA

140 esperti di SLA di tutto il mondo hanno aggiornato le linee guida per una ricerca clinica di qualità, alla luce delle nuove scoperte sulla malattia.

Nel campo della Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) la ricerca di una cura adeguata progredisce rapidamente, ma le indicazioni metodologiche condivise dalla comunità scientifica su come condurre al meglio uno studio di efficacia per nuove molecole sono rimaste ferme alle fine degli anni Novanta.

Per colmare questo ritardo, Vincenzo Silani (Direttore U.O. Neurologia Auxologico San Luca, Centro “Dino Ferrari” e  Professore Ordinario Università degli Studi di Milano) e altri specialisti mondiali di SLA hanno promosso un lavoro di aggiornamento delle linee guida, arrivando a un accordo su oltre un centinaio di punti, di cui 15 considerati prioritari.

Il documento di consenso, che è stato recentemente pubblicato sulla rivista Neurology, è il risultato di un confronto rigoroso, durato 3 anni.
Vi hanno partecipato 140 “esperti” di SLA da ogni parte del mondo, ciascuno dei quali vive la malattia da una diversa prospettiva: non solo clinici e ricercatori, ma anche pazienti, caregiver e rappresentanti di agenzie regolatorie dei farmaci .

"Il lavoro - afferma il professor  Silani - segna un importante passo avanti per la progettazione di trial clinici sulla SLA sempre più efficaci, efficienti e coordinati”.

PERCHÉ SERVIVANO NUOVE LINEE GUIDA?

Negli ultimi 20 anni la ricerca sulla SLA ha fatto molti progressi e ha cambiato la visione della malattia. Ora si sa che non esiste un’unica forma di SLA, ma piuttosto una varietà di forme differenti per manifestazione (fenotipo), eziologia (le cause che la determinano) e biologia; così come è ormai chiaro che esistono molti geni diversi responsabili della malattia.

La scoperta di nuovi geni legati alla SLA e l’eterogeneità biologica ed eziologica comportano l’utilizzo anche nella fase pre-clinica non di un unico modello, ma di diversi modelli con cui studiare la malattia, da quelli che utilizzano particolari linee di cellule staminali (pluripotenti) a quelli che usano le cellule del paziente stesso per costruire organoidi tridimensionali.

In questa prospettiva, anche gli strumenti disponibili per la ricerca clinica sono nuovi, e molto raffinati: per esempio, oggi si possono raccogliere una gran quantità di dati e analizzarli con la tecnologia dei Big Data per arrivare a una classificazione delle diverse forme di SLA e inquadrare il paziente in una forma più specifica (in modo da proporre un trattamento sulla base del suo profilo biochimico, molecolare e genetico), così come si può contare su indicatori biologici (biomarcatori) più accurati con cui valutare lo stadio di sviluppo della malattia o la risposta alla terapia.

È l’era della precision medicine, ossia di una medicina che punta a un trattamento personalizzato, efficace non in un generico malato di SLA, ma in quel singolo malato, con le sue caratteristiche specifiche.

LE ATTUALI PROSPETTIVE DI CURA

“Ci si avvia verso la possibilità di un trattamento terapeutico personalizzato– sottolinea il professor Silani.
In tutti quei casi in cui è coinvolto uno degli oltre 30 geni patogenetici , è oggi possibile ipotizzare una terapia genica personalizzata. Abbiamo l’esempio dei pazienti con mutazione dei geni SOD1 e C9orf72, per cui la terapia genica sta diventando realtà, e altri geni seguiranno.
Ma non possiamo fermarci, perché dobbiamo trovare una cura adeguata per tutte quelle forme di SLA in cui non vi è una evidente trasmissione ereditaria (dove quindi la causa principale, non essendo di origine genetica, non può essere corretta con una terapia genica)”.

Ecco allora l’importanza, sottolineata dai promotori della Consensus, di disporre di registri internazionali condivisi che permettano di raccogliere dati sempre più accurati sulle variabili genetiche, fenotipiche, biologiche, sui biomarcatori ma anche sullo stile di vita e le condizioni ambientali dei pazienti in tutti i continenti.
“Questi dati –- conclude Silani - permetterebbero non solo di classificare le forme di SLA meno comuni, ma anche di estendere la personalizzazione del trattamento alle forme non genetiche: si potrebbe infatti , selezionare per le sperimentazioni cliniche quei pazienti che, sulla base del loro profilo biologico, hanno la maggior probabilità di rispondere al trattamento proposto, aumentando così l’efficacia e la sicurezza dei trattamenti stessi”

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