Progetto di ricerca "Highcare Andes" sugli effetti della carenza di ossigeno

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Progetto di ricerca "Highcare Andes" sugli effetti della carenza di ossigeno

Il Prof. Gianfranco Parati, Direttore Scientifico di IRCCS Istituto Auxologico Italiano e Direttore del Direttore del Dipartimento Cardio-Neuro-Metabolico di Auxologico San Luca, è stato intervistato da Letizia Palmisano, giornalista, per parlare del progetto di ricerca Highcare Andes.

DI COSA SI OCCUPA IL PROGETTO DI RICERCA HIGHCARE ANDES?

Il progetto HIGHCARE (HIGH altitude Cardiovascular Research) Andes si inserisce nel contesto di una serie di studi, di grande rilevanza clinica, che il nostro Istituto sta portando avanti da 16 anni insieme all’Università di Milano-Bicocca, sul tema dell’ipossia, ovvero della ridotta disponibilità di ossigeno, utilizzando la montagna come lavoro sperimentale.

Obiettivo di questi studi è indagare gli effetti della carenza di ossigeno per l’organismo, sia in termini di meccanismi fisiologici di adattamento, sia come fattore che può contribuire all’insorgenza e allo sviluppo di alcune malattie.

In medicina, in effetti, i modelli sperimentali sono molto importanti per capire le cause di una malattia, il suo sviluppo e come si può curare.

La montagna, da questo punto di vista, è un modello in cui si riproducono situazioni (tipicamente la ridotta disponibilità di ossigeno) che possono caratterizzare anche alcune tipologie di pazienti da gestire in medicina clinica, a livello del mare, in cui la carenza di ossigeno non è dovuta alla quota ma ad alcune condizioni patologiche (per esempio scompenso cardiaco, broncopneumopatie croniche, obesità grave, ecc.).

SULLE ANDE QUALI SITUAZIONI VENGONO ANALIZZATE?

Lo studio è stato effettuato su popolazioni che vivono permanentemente ad alta quota, con lo scopo di valutare gli effetti dell’adattamento a questa ipossia cronica sui livelli di pressione arteriosa nella vita quotidiana, e di identificare quali alterazioni caratterizzano i soggetti che non riescano ad adattarsi bene. 

In particolare, è stata scelta una popolazione in Perù, a Cerro de Pasco, una piccola città a 4.400 metri di altitudine, con circa 70 mila abitanti.

Si tratta di una cittadina di minatori, nelle cui miniere a cielo aperto si fanno saltare pezzi di montagna per estrarre dalla roccia minerali come rame, nichel, cadmio, con il materiale grezzo trasportato poi con enormi camion nei locali dove questi minerali vengono estratti e lavorati. 

Abbiamo preso a campione circa 350 soggetti e sulla base dei risultati ottenuti abbiamo suddiviso la popolazione in due gruppi: quelli che si adattano abbastanza bene all’ipossia cronica e quelli che non si adattano. Questo è un fenomeno tipico delle Ande.

Per capirci, se monitoriamo le persone in Tibet, dopo millenni di insediamento, possiamo notare come tutti abbiano capacità di adattamento alle altitudini elevate.

Le popolazioni sulla Cordigliera delle Ande invece, sono relativamente più “giovani” in termini di esposizione alla quota, e hanno un adattamento genetico diverso.

Quindi lo studio indaga le differenze di adattamento e come risponde l’organismo.

In particolare abbiamo studiato le modifiche nella quantità di globuli rossi, la differenze nella riduzione della saturazione dell'ossigeno nel sangue, gli effetti sulla pressione arteriosa, il rischio di tromboembolia.

PUÒ SPIEGARCI COME AVVIENE IL MONITORAGGIO?

Una parte importante dello studio ha riguardato la registrazione dei dati nei diversi momenti della vita quotidiana.

Avevamo, infatti, i dati sulla pressione ottenuta in condizioni di riposo, ovvero quelli registrati quando le persone selezionate andavano in laboratorio a farsi misurare la pressione.

Ma studiando persone che vivono in alta quota, è importante sapere come cambino i valori di pressione nelle condizioni dinamiche della vita quotidiana.

E per questo abbiamo fatto uso di tecniche di monitoraggio dinamico della pressione nelle 24 ore.

Sappiamo infatti che in condizioni di ipossia, la pressione monitorata in soggetti dediti alle attività di tutti i giorni è più alta rispetto a una misurazione effettuata da seduti.

Così abbiamo potuto osservare come la frequenza di ipertensione, considerando la pressione delle 24 ore, e soprattutto quella notturna, sia quasi il doppio rispetto a quella osservata con misurazioni riposo.

In particolare, in caso di ipossia la pressione sale soprattutto di notte, anche per la presenza di apnee facilitate dall'alta quota.

Va notato però che, in ogni caso, anche se in queste persone si registra una pressione più alta nelle 24 ore che da seduti, la frequenza di ipertensione rimane comunque più bassa rispetto a quella di chi vive solitamente a livello del mare.

COSA CI POSSONO INSEGNARE I RISULTATI DI QUESTA RICERCA EFFETTUATA IN CONDIZIONI COSÌ DIFFICILI?

Studiare gli effetti di una ridotta disponibilità di ossigeno a grandi altitudini è utile non solo per consentire di ottimizzare le performance fisiche di chi va ad alta quota (ad esempio gli scalatori) ma anche per ridurre il rischio di chi salga in alta quota, per diletto o per lavoro, relativo allo sviluppo di  problemi cardiovascolari o del ben noto “mal di montagna”.

Questi risultati ci aiutano comprendere a meglio le problematiche relative alla salute di milioni di persone che in tutto il mondo vivono sopra i 2000 metri (con un numero significativo anche in Europa).

I risultati di queste ricerche, inoltre, possono darci informazioni preziose anche assistere e curare meglio tutti quei pazienti che soffrono di malattia in grado di ridurre la disponibilità dell’ossigeno nel sangue a livello del mare, come chi soffre di obesità, bronchite cronica, enfisema, apnee nel sonno e chi ha avuto uno scompenso cardiaco.

Un malato cronico che soffre d’ipossia, infatti, presenta altre patologie associate, e anche i risultati di questi studi sugli effetti dell’alta quota possono aiutare a gestire meglio gli effetti di queste patologie.

Lo studio in quota, effettuato in soggetti che soffrono di ipossia ma senza malattie associate, ci permette di isolare i dati specifici della carenza di ossigeno e quindi di definire quale possa essere il ruolo specifico dell’ipossia nel generare alterazioni nel nostro organismo, senza ingerenze di altre malattie.

QUANDO AVETE INIZIATO LO STUDIO, NON ERA MINIMAMENTE IMMAGINABILE UNA PANDEMIA COME QUELLA DI OGGI. MA ANCHE IN QUESTO CONTESTO LA RICERCA SEMBRA ESSERE ESTREMAMENTE ATTUALE...

In effetti i risultati del nostro studio hanno sicuramente una rilevanza anche per la cura dei pazienti affetti da COVID-19, una malattia che si manifesta proprio con una ridotta disponibilità dell’ossigeno.

 Alcuni aspetti clinici del COVID-19 hanno infatti somiglianze con alcune conseguenze della esposizione all’alta quota, tra cui le risposte cardiovascolari, infiammatorie e procoagulatorie dell’ipossia.

Così, uno studio condotto dall’altra parte del mondo e la cui rilevanza potrebbe, in apparenza, sembrare lontana mille miglia dal nostro quotidiano, in realtà ci può aiutare anche ad affrontare alcuni problemi generati dal Coronavirus.

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