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Microbiota e Parkinson

Pubblicato il 17/01/2019 - Aggiornato il 06/03/2019

IL RAPPORTO TRA MICROBIOTA E PARKINSON

C’è un ruolo dell’intestino, in particolare delle alterazioni e delle infiammazioni intestinali, nella malattia di Parkinson?

La domanda ha sempre più senso alla luce delle crescenti ricerche sul microbiota intestinale umano (la popolazione di microorganismi presenti nel nostro intestino).

Il termine microbiota si riferisce all’insieme delle popolazioni di microrganismi presenti in diversi ecosistemi del corpo, tra cui l’intestino.

Il microbiota intestinale umano, attualmente molto studiato, contiene cento miliardi di microrganismi, includendo almeno 1.000 diverse specie batteriche che comprendono più di 3 milioni di geni, 150 volte di più di quelli del genoma umano.

Un studio recente pubblicato da “Movement Disorders” (organo ufficiale della International Parkinson and Movement Disorder Society) a cui ha collaborato anche la Dr.ssa Raffaella Cancello del Laboratorio Sperimentale di Ricerche sull’Obesità dell’Istituto Auxologico Italiano, mirato a valutare le differenze del profilo del microbiota intestinale di una popolazione di pazienti affetti da malattia di Parkinson rispetto ad un campione di soggetti non affetti, ha messo in evidenza l'associazione tra un modello specifico del microbiota intestinale e la gravità dei sintomi (del movimento e non) tipici di questa malattia neurologica.

NUOVE EVIDENZE SULL'ASSE INTESTINO-CERVELLO

Per indagare il ruolo del microbiota intestinale nella patogenesi della malattia di Parkinson è stata condotta inoltre una analisi predittiva che ha messo in evidenza l’attivazione preferenziale di due vie:

  • la via del sistema ubiquitina-proteasoma (via che influenza la formazione e aggregazione di α-sinucleina anche all'interno della parete dell'intestino);
  • la via di degradazione di xenobiotici (o tossine esogene come i pesticidi, i metalli, i prodotti chimici industriali).

E’ noto da tempo che l’esposizione a pesticidi, erbicidi, insetticidi e fungicidi così come l’esposizione cronica a metalli pesanti come manganese, rame, ferro, alluminio e piombo aumenta il rischio di sviluppare la malattia, in particolare nei soggetti con storia familiare positiva.

Anche le abitudini alimentari possono influire sulla variabilità della malattia di Parkinson.

Cibi ricchi di grassi animali, saturi o insaturi, e di vitamina D aumentano il rischio di sviluppare la malattia, mentre cibi come noci, legumi, patate e caffè sembrerebbero svolgere un ruolo protettivo.

Si osserva inoltre un’associazione inversa tra il fumo di sigaretta e l’insorgenza della malattia.

Nel prossimo decennio, il profilo del microbiota intestinale potrebbe essere utilizzato nella prevenzione, nella diagnosi e nel trattamento di molte malattie neurologiche.

Tuttavia, molti aspetti restano ancora da chiarire prima che il potenziale terapeutico di questa nuova conoscenza possa essere implementato e utilizzato a livello clinico.

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