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Un turno in prima linea

Pubblicato il 14/04/2020 - Aggiornato il 17/04/2020

Dott.ssa Silvia Castelletti

Staff U.O. Cardiologia - Auxologico San Luca

Provati nel fisico e nell’animo, ma l’impegno italiano nella lotta alla pandemia da Covid-19 ha ottenuto importanti riconoscimenti anche da parte della stampa medica internazionale. La giovane cardiologa Silvia Castelletti del Centro Aritmie Genetiche di Auxologico - diretto dal cardio-genetista Peter Schwartz - si è vista pubblicare da una delle più prestigiose riviste mediche internazionali, il New England Journal of Medicinela sua toccante testimonianza di medico in prima linea al letto dei malati Covid-19.

UN TURNO IN PRIMA LINEA

"Ho appena finito il turno notte nel reparto covid19. Mi guardo allo specchio: sul naso un taglio procurato dalla mascherina FFP2 che indosso tutto il tempo, sul viso i segni degli elastici, gli occhi stanchi, i capelli  madidi di sudore.
Non sono più un medico e una donna, sono solo un medico, anzi un soldato.

Prima di iniziare il turno, il momento in cui mi devo vestire e indossare le protezioni è il momento in cui l’adrenalina è più alta: sei in quella stanza, insieme ai tuoi colleghi, cerchi di fare battute ma tutti abbiamo negli occhi l’ansia di proteggerci bene, di eseguire correttamente tutti i passaggi della vestitizione: guanti, camice, secondo paio di guanti, occhiali, cuffia, mascherina, visiera, calzari, sovrascarpe… cerotti su cerotti per tenere tutto chiuso.
La ragazza che aiuta nella vestizione scrive il tuo nome e il tuo ruolo sul camice con un pennarello rosso, perché così bardati là dentro non ci si riconosce. E quando ti dice “fatto” ecco, è il momento di entrare in reparto. E ti senti come un soldato che si deve lanciare con il paracadute e speri che il paracadute si apra: speri che la mascherina e la visiera ti proteggano, speri che i guanti non si rompano, che nulla di “sporco” entri in contatto con il tuo corpo.

Entri in reparto ed è come entrare in una bolla: così bardata tutti i suoni sono attutiti, per i primi 10-15 minuti non vedi niente perché la visiera si appanna con il tuo stesso fiato, poi piano piano si adegua alla temperatura e inizi a vedere qualcosa tra una gocciolina di condensa e un’altra.
Cammini sperando che il sovrascarpe non si stacchi come al solito e inizi il turno.
Prendi le consegue dai colleghi del turno prima che sono esausti, prendi il telefono dedicato a ricevere le istruzioni dalla Regione sui ricoveri e speri che suonerà poco e che avrai pochi ricoveri da fare, ti dividi i compiti con i tuoi colleghi e inizi a visitare i pazienti: c’è quello giovane che stavi per intubare l’altro giorno che adesso sta meglio, c’è quello anziano che sta morendo, c’è la suora che regge ancora e l’infermiera del tuo ospedale che invece non sta andando bene… ci sono volti di persone che non conoscevi prima e volti di persone note con cui lavoravi in reparto fino a neanche 15 giorni prima. È incredibile come tutto sia cambiato in giro di così poco tempo.

La tua routine clinica e di ricerca ti sembra così lontana, rimpiangi le guardie in pronto soccorso perché in confronto sembrano una passeggiata.
Scorrono le ore del turno e il naso fa sempre più male, la pelle viene tagliata dalla mascherina che non vedi l’ora di togliere per finalmente respirare.
Respirare. E’ quello che vogliamo tutti in questi giorni, medici e pazienti, infermieri e ausiliari. Tutti quanti. Vogliamo aria.

Arriva la fine del tuo turno, 8 ore rese ancora più lunghe e interminabili dalla sete e dalla fame e dal bisogno di andare in bagno, cose che non puoi fare quando sei di turno: bere o mangiare o andare in bagno implicherebbe denudarsi di qualche protezione, troppo rischioso.
E costoso: le protezioni sono un bene prezioso, cambiarsi significherebbe doverne utilizzare di nuove, ridurne il numero a disposizione per i colleghi, bisogna essere parsimoniosi, bisogna resistere e indossare un pannolino che speri non dovrai usare perché la tua dignità e il tuo stato psicologico sono già abbastanza compromessi dal lavoro che stai svolgendo, dallo sguardo dei pazienti, dalle parole dei parenti al telefono che chiami per aggiornare sulle condizioni dei loro cari.

C’è chi ti chiede di fare gli auguri al padre perché è il suo onomastico, chi ti domanda di dire alla madre che le vuole bene e farle una carezza… e tu esegui gli ordini con i lacrimoni agli occhi che cerchi di nascondere ai colleghi.

Arriva la fine del turno, arrivano i rinforzi, i colleghi che ti danno il cambio. Dai le consegne: cose da fare, cose da non fare.
E adesso puoi andare a casa ma prima devi svestirti e devi stare attenta: attenta ad ogni tuo movimento. La svestizione è un altro rituale che va fatto con calma perché tutto quello che hai addosso è contaminato e non deve entrare a contatto con la tua pelle. E tu sei stanco e hai voglia solo di scappare ma devi fare l’ultimo sforzo: concentrarti su ogni movimento per liberarti da tutte le protezioni. Svolgi ogni movimento lentamente. Finalmente togli la mascherina, il dolore di quando la stacchi dal solco sanguinante che ha creato sul naso è terribile. A nulla è servito il cerotto: il naso sanguina e fa male comunque. Ma almeno sei libera. Nuda esci dall’area svestizione, indossi una tutina pulita e vai negli spogliatoi. Ti rivesti.

Esci dall’ospedale e fai un respiro a polmoni pieni. Sali in macchina. Entri in casa e di nuovo stai attenta: hai organizzato l’ingresso con un’area di svestizione come in ospedale, perché non puoi rischiare di contaminare casa. Ti spogli, metti tutto in un sacco e corri a farti una doccia calda: il virus si attacca anche sui capelli, per cui devi lavarti tutta per bene.

E’ finita. Il turno è finito, la lotta è appena iniziata.

LEGGI L'ARTICOLO SUL NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE


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