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Tumore alla tiroide: la storia di Elena

Pubblicato il 20/05/2022

Nel vivere questa esperienza mi sono sentita comunque fortunata. Sono una donna che lavora, ho una casa, ho avuto i mezzi per curarmi e gli strumenti per avvicinarmi a questa malattia e per capire come affrontarla. Tutto questo a mio parere fa la differenza. È vero che devo fare i conti con un tumore poco intercettabile nei suoi movimenti, ma ho avuto e continuo ad avere dei riferimenti fondamentali per convivere con questa esperienza. Un ospedale che mi segue e specialisti con cui potermi confrontare non solo per gli aspetti clinici, ma anche rispetto alle mie ansie.

Elena è una donna “energica” e attiva. All’età di 53 anni sente che il suo corpo manda dei segnali difficili da definire e da descrivere a un medico. Pensa si tratti di semplice stanchezza, del solito stress: conciliare la gestione di un figlio, un lavoro impegnativo, la casa, l’accudimento di parenti anziani. Mille impegni e incombenze, ma è una cosa comune a molti. Gli esiti degli esami di controllo però sono tutti buoni, non ci sono altri accorgimenti da aggiungere all’unica cura seguita per l’osteoporosi.

Elena insiste, perché la sua “percezione”, via via che passano i mesi, si fa sempre più insistente e inizia a localizzarsi su un’area precisa. Chiede di poter fare un’ecografia anche alla tiroide perché i segnali del corpo vanno ascoltati, dice. E così arriva l’esito definitivo: un nodulo all’interno della tiroide, nascosto sulla sinistra, piccolissimo. Asintomatico, difficile da identificare, come si sentirà dire dal medico radiologo Dott.ssa Myriam Bosco; e come confermeranno l’endocrino-chirurgo Dott. Leonardo Vicentini e la Prof.ssa Laura Fugazzola, Responsabile del Centro Tiroide di Auxologico
Possibile che sia stata solo una sensazione? “Avevo timore a raccontarlo eppure ho ricevuto ascolto e comprensione”.

Quando arriva il momento di informare suo figlio, sarà il papà medico - insieme a lei - a spiegarglielo e a rassicurarlo su quali saranno le tappe che andranno affrontate.  Ma lei non nasconde anche le parole della preoccupazione:

Penso sia giusto farsi carico della propria malattia e farlo con onestà, riconoscendo la propria paura e condividendo con gli affetti cari i propri timori. Senza vittimismi e allarmismi. Per un figlio può essere difficile esprimere la propria preoccupazione se davanti trova un genitore che vuole a tutti i costi nascondere, minimizzare, far finta di niente. La condivisione di emozioni, di sensazioni, di verità aiuta e conforta e permette a chi sta intorno di esprimere a sua volta le proprie difficoltà.

Da quel momento Elena inizia il suo cammino con questo ingombrante compagno di viaggio, il suo ospite soprannominato “Smeagol” (un Hobbit tratto dai libri di Tolkien): un carcinoma midollare per il quale viene operata, subisce l’asportazione della ghiandola e che ancora oggi l’accompagna.

Il marcatore tumorale è ballerino, perciò periodicamente mi sottopongo alle visite di controllo. Ho imparato a convivere con un compagno indesiderato che ormai fa parte della mia vita. Un conto è fare prevenzione, un conto è ricevere le cure necessarie, un altro è essere perseveranti con i controlli, perché non è detto che io sia uscita dal guado. Anzi. Nella mia interazione con la Prof.ssa Fugazzola ho trovato una persona estremamente attenta, anche nei confronti delle mie ansie. Determinata e netta, ma allo stesso tempo accogliente e in ascolto, così come dovrebbe essere la cura clinica ideale. Si tratta di un aspetto fondamentale del rapporto medico-paziente che dipende dalla professionalità e dall’esperienza dello specialista, ma anche dalla struttura ospedaliera che condivide questa filosofia e la permette.

La reazione di Elena è stata quella di chi decide di affrontare la situazione, di conoscerla a fondo, a suo modo di combatterla. 

Senza retorica bisogna fare dei progetti di vita - aggiunge Elena. Ognuno sa che è mortale, ma quello che bisogna fare è cercare di prendersi cura di sé stessi, partendo dalla prevenzione, affrontando eventuali problemi, cercando gli interlocutori e le strutture giuste, curandosi. Bisogna imparare a convivere con le proprie patologie al meglio, non è facile e non sempre è possibile, ma bisogna cercare di farlo. È necessario trovare il modo di nutrire il proprio corpo non solo con gli alimenti giusti, ma anche con le cose belle. Per fortuna, da quando sono stata operata - sette anni - la ricerca scientifica ha fatto passi importanti e oggi esistono cure che prima non c’erano.
Fino a quando puoi curarti e puoi fare le cose che desideri, devi tirare una riga e mettere il segno più di positivo. Nonostante la paura e l’ansia. Tutto quello che stai attraversando e combattendo deve avere dei risvolti positivi, altrimenti che senso ha?


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