Chi ha avuto il Coronavirus può andare in montagna?

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Chi ha avuto il Coronavirus può andare in montagna?

Intervista al Prof Gianfranco Parati, a cura di Letizia Palmisano, giornalista

Secondo i dati dell’indagine realizzata da Confturismo-Confcommercio sui sondaggi condotti da SWG, gli italiani che nell'estate 2020 hanno preferito la montagna sono stati circa 1 su 4, il 23% in più rispetto al 2019.

Boschi e ampie vallate, oltre che molto amate, sono stati visti da molti come luoghi nei quali poter coniugare vacanze, relax e distanziamento fisico all’epoca del Covid.

E anche quest'inverno appena le norme lo permetteranno, molti vorranno recarsi in montagna e godere di belle giornate sulla neve.

Grazie al Prof. Gianfranco Parati, Docente di Cardiologia all’Università di Milano-Bicocca, Direttore Scientifico e Direttore della Cardiologia di Auxologico, nonché esperto internazionale di Medicina di Montagna, vogliamo approfondire alcuni aspetti sollecitati attraverso le vostre domande.
Ovvero, se una persona che abbia contratto il Covid possa andare in montagna una volta guarita e quali precauzioni debba prendere.

Non tutti sanno, infatti, che sopra una certa altitudine, è importante un po’ di prudenza.

Prof. Parati, per capire se e cosa deve fare chi è guarito dal Covid-19, vorremmo chiederle: cosa accade al nostro organismo quando si va in montagna?

Con l’aumento dell’altitudine (si parla di alta quota sopra i 2500 metri, la montagna  può cominciare a dare qualche effetto già dai 1300 metri circa in su), si riduce la pressione barometrica e quindi diminuisce la pressione parziale di ossigeno nell’aria (cioè la spinta per l’ossigeno ad entrare nel sangue è minore). Si riducono inoltre l’umidità e la temperatura: fa infatti più fresco, nonostante si abbia una maggiore irradiazione ultravioletta.

Se non si ha una condizione fisica ottimale o quando si è un po’ avanti con gli anni, si potranno notare, per i primi giorni, cambiamenti importanti come il non riuscire a dormire bene la notte, avere la pressione più alta, qualche aritmia, il battito accelerato, il fiato più corto e pesante. In alcuni casi si manifesta anche cefalea. Più si sale e più questi sintomi si possono manifestare e divenire più importanti.

Andare a 1500 metri è molto diverso, in termini di capacità e di velocità di adattamento del nostro fisico, rispetto a 3000 metri.
L’organismo normalmente si adatta a funzionare nel nuovo ambiente che - a causa dell’altitudine - presenta meno pressione di ossigeno nell’aria che respiriamo, dopo circa 2 o 3 giorni.

Ovviamente per le persone anziane o per chi presenta problemi come cardiopatie o patologie respiratorie pre-esistenti, è necessaria una maggior cautela. Questo è il caso anche di chi è stato infettato dal Coronavirus, soprattutto se ha sviluppato una malattia polmonare, nel contesto del  COVID-19.

Prof. Parati, Lei ha studiato le condizioni di salute di persone ad altitudini sopra i 5000 metri o addirittura sull’Everest. Ha osservato, tra i tanti progetti di studio, anche situazioni estreme come quelle dei minatori cileni che lavorando in miniera sopra i 4500 metri sono esposti alla cosiddetta  ipossia intermittente cronica. Ora il Coronavirus. Chi meglio di Lei può dire se chi ha avuto il Covid può andare in montagna...

Gli studi sugli effetti dell’esposizione a notevoli altitudini sia di soggetti normali, sia di pazienti ipertesi e di pazienti con problemi cardiorespiratori ci hanno permesso negli anni di capire molte cose sulle capacità e le modalità di adattamento di un organismo all’ipossia in quota, e su cosa sia consigliabile o al contrario da evitare per favorire un adattamento.

Ad esempio oggi sappiamo che se una persona è avanti negli anni e presenta problemi cardiovascolari già a livello del mare, oltre una certa altezza potrà essere necessario qualche giorno in più di adattamento. In particolare se una persona è ipertesa con insufficiente controllo della pressione arteriosa, potrà sperimentare un ulteriore aumento dei valori di pressione in quota
L’adattamento potrà essere più facile se questa persona avrà fatto precedere al viaggio una visita di controllo, durante la quale il medico avrà verificato la stabilità delle condizioni cliniche, il controllo dei fattori di rischio e di eventuali patologie attive e l’adeguatezza della terapia in corso

E’ anche importante ricevere dal proprio medico, o da un esperto di medicina di montagna  nel caso il medico di famiglia non avesse sufficienti conoscenze al riguardo, consigli personalizzati su come affrontare eventuali disturbi o su come modificare delle terapie in corso, ove necessario.

Il Covid ha però completamente sparigliato le carte anche in questo campo. Non sappiamo ancora quali eredità purtroppo abbia lasciato in chi è guarito, e quanto queste eventuali conseguenze possano condizionare anche l’adattamento alla montagna e la performance nelle attività in quota.

Il team medico di  Auxologico San Luca  ha iniziato ad effettuare delle visite di follow-up per i pazienti ricoverati durante la pandemia presso di noi, i quali avranno, gratuitamente grazie anche a recenti disposizioni della ATS e a nostri fondi di ricerca, un check-up mirato  che ci permetterà di vedere lo stato di polmoni, cuore, circolazione e la residua eventuale alterata modulazione dei loro processi immunocoagulatori e metabolici a distanza dalla fase acuta del COVID-19.

Può essere infatti che in chi ha avuto ad esempio una polmonite virale importante, residui una fibrosi polmonare e il polmone abbia maggiori difficoltà a scambiare ossigeno, difficoltà che verrà maggiormente evidenziata in montagna, soprattutto in corso di attività fisica. Inoltre uno studio effettuato nel nostro Istituto e pubblicato sul prestigioso American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, ha dimostrato che chi soffre di apnee ostruttive nel sonno può andare incontro a forme più severe di COVID-19.  Da qui la necessità di controllare, ove ve ne sia l’indicazione, la presenza di disturbi respiratori nel sonno, cosa effettuata di routine nel nostro centro di medicina del Sonno, data la loro frequente ed importante associazione con problemi cardiovascolari.   

C’è da capire poi se vi siano ancora processi infiammatori attivi e danni residui persistenti dell'apparato cardiovascolare, inclusa una persistente tachicardia, una possibile ipertensione polmonare, una ridotta capacità contrattile del cuore, una sua minore distensibilità e/o un possibile rischio aumentato di tromboembolie, tutte situazioni che richiedono studi adeguati e verifiche nel tempo.

Cosa può succedere se chi ha avuto il Covid va in vacanza in montagna?

La montagna non è controindicata di default, anzi fare un po’ di attività fisica all’aria aperta e pulita in mezzo al verde o tra le rocce e la neve, previa adeguata preparazione, solitamente fa bene sia al corpo sia alla mente. Occorre tuttavia personalizzare le indicazioni, e valutare caso per caso se vi siano delle misure preventive da  prendere o magari altitudini da non superare.

In particolare, quando si considerano soggetti che hanno contratto il Covid-19, non è possibile generalizzare con raccomandazioni uguali per tutti, ma bisogna valutare le condizioni di ogni singola persona, caso per caso.

Teoricamente chi ha avuto forme molto lievi, al punto quasi da non accorgersene, non dovrebbe avere alcun problema, ma un controllo preventivo sarebbe sempre opportuno, vista la natura subdola di questa malattia.

Chi ha avuto conseguenze più gravi non deve assolutamente sottovalutare l’importanza di farsi visitare prima di partire. Bisogna sapere se i polmoni o l’apparato cardiocircolatorio sono stati danneggiati, e se ci sono problemi residui importanti.

In cosa possono consistere i controlli?

Ogni soggetto va valutato individualmente, ma alcune valutazioni possono essere utili nella maggior parte dei casi. 

In particolare, in caso di pregressa polmonite, sarebbe consigliabile una visita internistica o cardiologica con elettrocardiogramma, corredate a seconda dei casi da una radiografia  o  meglio ancora una TAC al torace, una prova da sforzo con misura della saturazione di ossigeno, una ecografia al torace, un esame del sangue che esplori parametri ematologici, renali, infiammatori e immunologici. Può essere utile anche effettuare una poligrafia cardiorespiratoria durante il sonno.  In caso di evidenza di danno cardiaco nella fase acuta, potrebbe essere consigliabile una risonanza magnetica cardiaca che ci può dare informazioni essenziali sulla possibile persistenza di alterazioni funzionali e/o strutturali del  cuore.

Al medico il compito di porre, su base individuale, le giuste indicazioni agli esami necessari dopo un attento esame della storia e delle condizioni cliniche del paziente.

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Articolo del 20/07/2020, revisionato il 11/02/2021.