Isolamento e violenza domestica: un'emergenza nell'emergenza

Torna indietro

Sei in AUXOLOGICO

APPROFONDIMENTI

A cura di

Dott.ssa Giada Pietrabissa

Staff Servizio Psicologia Clinica

L'egoismo non consiste nel vivere come ci pare

ma nell'esigere che gli altri vivano come pare a noi.

Oscar Wilde

LOCKDOWN E VIOLENZA DOMESTICA

Nella nostra cultura, la famiglia è sinonimo di scurezza e protezione, ma per molte donne rappresenta un luogo di paura e abuso: una situazione che si aggrava considerevolmente in caso di isolamento come il lockdown imposto nell’emergenza COVID-19, per cui la convivenza forzata incide negativamente sui contesti familiari più problematici portando, nei casi più estremi, alla possibile commissione di atti di violenza domestica e di genere.

In Cina, nella provincia di Hubei, le condotte violente/abusanti all’interno delle famiglie sono aumentate del 50% durante l’epidemia, mentre in Francia e Spagna si registra il + 30%. Austria e Germania si stanno organizzando per offrire rifugio alle vittime di violenza o ai membri violenti delle famiglie in quarantena.

VIOLENZA DOMESTICA SOMMERSA

Diversamente, in Italia, si è registrato un crollo del 55% delle chiamate al 1522 (numero rosa antiviolenza) nelle prime due settimane di marzo (da 1104 a 496 casi), con una percentuale molto più alta per lo stalking (da 33 a 7 casi) rispetto ai casi di violenza (da 193 a 101).

L’assenza di chiamate è indicativa di quanto i divieti imposti in materia di circolazione potrebbero aver accentuato situazioni conflittuali, anche preesistenti, determinando un sommerso di violenze e maltrattamenti ai danni di donne e minori.

A ciò si aggiunge la difficoltà a trovare spazi e possibilità per chiedere aiuto, a causa della presenza assidua del partner violento all’interno delle mura domestiche.

ISOLAMENTO E VIOLENZA DI GENERE

Il COVID-19 ha frenato tante cose, ma non la violenza di genere.

È una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e di possesso da parte del genere maschile su quello femminile - e attraversa tutte le culture, classi sociali, etnie, età, livelli di istruzione e di reddito.

Gli episodi violenti si scatenano spesso per motivi banali - a seguito di litigi che diventano sempre più frequenti e pericolosi nel tempo - e sono solitamente seguiti dalle scuse e dal pentimento del partner. Inizia così la “luna di miele”, periodo in cui il rapporto si rinsalda.

La donna, nella speranza che domani sarà diverso, si trova a minimizzare le tensioni e a nascondere all’esterno e a sé stessa il proprio disagio e la pericolosità della situazione, spesso attribuendosi la colpa del comportamento dell’altro.

Col susseguirsi degli episodi aumenta la svalorizzazione di sé, la sfiducia che la situazione possa cambiare e la sensazione che sia impossibile sottrarsi al potere dell’altro.

LE CONSEGUENZE DELLA VIOLENZA

La violenza provoca importanti danni fisici e psichici, a breve e a lungo termine, e in alcuni casi può dare luogo, direttamente o indirettamente (omicidio, suicidio, gravi patologie correlate) alla morte della vittima.

Implica una grave e pervasiva invasione del sé, annientando il senso di sicurezza della donna e la fiducia in sé stessa e negli altri.

Alcuni fra gli effetti più frequenti sono:

  • impotenza;
  • passività;
  • senso di debolezza;
  • isolamento;
  • confusione;
  • incapacità di prendere decisioni.

Violenze gravi e soprattutto ripetute, creano nella donna un sentimento di ansia intensa o di paura generalizzata. I ricordi delle violenze possono emergere in modo inaspettato, sotto forma di incubi, flashback o "interferenze" nella vita quotidiana (sindrome post-traumatica da stress).

Sovente la donna soffre di depressione o di disturbi d'ansia, problematiche nel rapporto col cibo o forme di dipendenza (più frequentemente alcool), fino al possibile esordio di sintomi psicotici. Inoltre, la violenza e lo stato di stress che accompagna la persona possono determinare una pletora di disturbi psicosomatici (disturbi ginecologici e gastrointestinali, dolori cronici, astenia cronica, cefalea persistente, etc.).

La violenza ha poi anche un impatto economico e sociale: le donne possono infatti soffrire di isolamento, difficoltà nel mantenere o trovare lavoro, nello svolgere attività che richiedono una partecipazione regolare, e limitata capacità di prendersi cura di sé e dei propri figli.

LEGGI ANCHE: CORONAVIRUS, CERVELLO, STRESS ED EMOZIONI

SPEZZARE IL CICLO DELLA VIOLENZA DI GENERE

“Perché non lo lasci?”

Questa domanda spesso viene rivolta alle donne che si trovano in una situazione di maltrattamento.

La presenza di un legame affettivo e di intimità può rendere particolarmente difficile per la donna decidere di uscire dalla violenza. Esistono fattori culturali e psicologici che possono spingere la donna a giustificare l’autore delle violenze e a tollerarne gli episodi.

La decisione di interrompere il rapporto con il partner violento è spesso un processo lungo e difficoltoso, e i motivi per cui una donna può essere titubante o timorosa all’idea di troncare la relazione sono molteplici: dalla paura per la propria incolumità o di dover affrontare il maltrattatore faccia a faccia nel corso del processo, alla mancanza di sostegno esterno (familiare e da parte dei servizi istituzionali), dall’autobiasimo a sentimenti di imbarazzo e di vergogna e il timore di non essere credute.

Può accadere, inoltre, che la donna tenti di salvare la propria relazione - per sé e per i figli - o ritenga il maltrattamento essere frutto di una patologia mentale dell’altro, quindi un problema non suo o non correggibile.

La violenza di genere non è, però, necessariamente frutto della psicopatologia del maltrattante, ma, al contrario, è legata alla quotidianità e alla normalità dei rapporti fra uomini e donne nella nostra società.

DIALOGO STRATEGICO

Imparare a dialogare strategicamente con il proprio partner è il primo canale di gestione della conflittualità di coppia.

Mentre non esiste una forma universalmente valida di dialogo efficace tra due persone, è sicuramente possibile circoscrivere gli atteggiamenti sicuramente fallimentari da evitare - a livello quotidiano - per non determinare l’escalation del conflitto.

Puntualizzare: da persone ragionevoli, ci si trasforma in straordinari rompiscatole.

Recriminare: ssia accusare ripetutamente il partner di ciò che ha fatto/non fatto, detto/non detto, pensato/non pensato.

Rinfacciare: colui che rinfaccia si pone come vittima dell'altro, usando la propria sofferenza per indurre il partner a correggere quei comportamenti che l'hanno generata. Come risultato, non sono il partner non cambierà atteggiamento, ma si arrabbierà e spesso diventerà ancora più opprimente. È, infatti, noto che chi si pone come «vittima» costruisce i suoi «aguzzini».

Predicare: ovvero proporre ciò che è giusto o ingiusto a livello della morale e, sulla base di ciò, esaminare e criticare il comportamento altrui. L'effetto di questa azione comunicativa è incentivare, anche in chi non ce l'ha, la voglia di trasgredire le regole morali poste a fondamento della predica stessa.

Esistono, poi, forme meno articolate di comunicazione, ma comunque in grado di provocare irritazione e allontanamento del partner. Prima tra tutte il: “Te l'avevo detto!”, con tutte le sue varianti (“Lo sapevo...”, “Non mi hai voluto dare retta, vedi?!”). Innervosirebbe anche un santo, e dà al partner la possibilità di dirottare contro di noi tutta la rabbia che aveva contro di sé a causa del suo fallimento.

E ancora, il molto spesso non richiesto “lo faccio solo per te”: questo non solo fa sentire l'altro in debito, ma lo squalifica. Un atto altruistico dichiarato si trasforma in una manovra egoistica.

Un’altra forma di squalifica delle capacità dell'altro è il: “Lascia... faccio io”. Un contributo non richiesto non solo non aiuta, ma danneggia.

Infine – le regine di tutte le tecniche per ottenere un sicuro dialogo fallimentare: il biasimare. Il biasimo non è una critica diretta, non è una contestazione, non è un mettere in dubbio le capacità dell'altro, ma è una sequenza comunicativa rappresentata da una prima parte nella quale ci si complimenta con l'altro e una seconda parte nella quale si afferma che però avrebbe potuto fare di meglio, di più o che ciò non è abbastanza. Una strategia invincibile per creare problemi anche quando questi non ci sono.

Caratteristica comune a queste forme comunicative - ci ricorda Giorgio Nardone nel suo libro “correggimi se sbaglio” - è il loro basarsi sulle “migliori intenzioni”.

Un secondo tratto essenziale è rappresentato dal fatto che chi le mette in atto è fermamente convinto delle proprie ragioni e, purtroppo, è proprio l'incalzare che conduce il più delle volte al conflitto.

Un altro atteggiamento molto importante consiste nel proporre all'altro le proprie opinioni e sensazioni senza avere prima ascoltato e valutato il suo punto di vista.

Una volta individuate le sicure forme fallimentari di dialogo, il primo passo consiste nell'evitarle; il secondo, nel sostituirle con strategie e tattiche realmente in grado di dar vita a un dialogo - quindi una relazione costruttiva.

Non sempre questo è possibile e, mentre alcuni degli “ingredienti” per una comunicazione efficace qui sopra riportati possono servire a gestire situazioni di scontro minori, o in esordio, superato un certo livello di conflittualità e all’aumentare del numero e dell’intensità dei conflitti – l’invito è sempre quello di rivolgersi alle autorità competenti - evitando di comunicare al partner questa intenzione.

LA RICHIESTA DI AIUTO

Il percorso di ricerca di aiuto può essere lungo e difficile. Il fatto stesso di ammettere a sé stessa che c'è un grave problema e che non lo si può risolvere da sola produce sofferenza.

Alcune donne pongono fine alla relazione dopo il primo episodio, altre cercano per mesi e per anni di fare in modo che "lui cambi" e si decidono a lasciare il partner violento soltanto quando ogni strada è stata percorsa.

Inizialmente la donna, mantenendo la relazione con il partner, cerca in tutti i modi di fermare la violenza, senza ricorrere all'aiuto esterno, facendo leva sulle sue risorse personali. Successivamente cerca l'appoggio di familiari e parenti e, infine, nel caso in cui non si sia verificato alcun cambiamento, ricorre alle Istituzioni.

Ci sono, poi, donne che denunciano e poi ritrattano, manifestando grosse difficoltà a uscire dalla relazione violenta; così come donne che non hanno mai denunciato il proprio partner e che tuttavia sono riuscite a portare a termine, adeguatamente supportate, un progetto di cambiamento.

Se si subiscono gravi violenze, il suggerimento è quello di uscire dalle mura domestiche - con la scusa di portare a passeggio il cane, fare la spesa, gettare l’immondizia - per recarsi dalle forze dell’ordine dichiarando lo stato di necessità nell’autocertificazione, oppure di chiedere aiuto telefonico - mediante cellulare o App - al 1522 o al numero unico europeo 112 per le emergenze.

Dallo scorso 2 aprile 2020, in Italia sono state sbloccate importanti risorse economiche per contrastare violenza e abusi contro le donne in questo momento così drammatico.

Ma il lavoro da fare è ancora ingente, e le Istituzioni devono in primis guadagnarsi la fiducia necessaria alle vittime di violenza per poter chiedere aiuto. La richiesta è certamente il primo passo per permettere alle donne di uscire da quella prigione che non è fatta solo di muri ma anche di solitudine, e l’imperativo morale, da parte dello Stato, è quello soccorrere, accogliere e assistere ogni persona bisognosa di aiuto.

Solo così potrà effettivamente essere visto come un alleato valido per abbattere la violenza di genere.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS